In cosmetica quest’olio di nocciola ha davvero qualcosa da invidiare a quello di Argan?

Le filiere nascoste

Se avete modo, fatela una gita su queste montagne del Levante ligure. Risalite da Chiavari, lungo lo Sturla, verso il Parco Regionale dell’Aveto. A Mezzanego, se vi arrampicate per le piccole valli laterali, la vegetazione si farà sempre più fitta. Tutta la montagna dell’Appenino ligure è verde, il bosco costituisce e conserva il territorio. In estate, lungo queste valli, la copertura è così fitta che non vedrete altro che foglie; a fatica potrete distinguere il profilo tra una collina e l’altra. La sensazione è di trovarsi al centro del più naturale dei paesaggi. Ma se chi vi accompagna ve lo farà notare, vedrete che la trama del bosco è costituita dall’eredità di un terrazzamento coltivato: il più selvatico dei boschi in realtà è un noccioleto.O meglio, era un noccioleto. La natura ha preso il sopravvento, e oggi la vegetazione si governa da sola. Continuando a salire vi potrà però capitare di intravedere delle persone che percorrono i sentieri: la raccolta è ripresa.Fino a non molto tempo fa queste colline erano, appunto, curate dall’uomo. Il nocciolo qui divenne una coltura agraria a partire dal Medioevo; a fine Ottocento la corilicoltura veniva studiata e promossa come attività agricola primaria, da incoraggiare per favorire l’economia locale. Un’economia povera, contadina? Fino a un certo punto, visto che la nocciola partiva da queste valli per arrivare sui mercati di tutta la Liguria e nelle grandi città. Come molti prodotti della nostra agricoltura, la nocciola ligure aveva poi facoltosi estimatori anche all’estero, per esempio nella Parigi cosmopolita. Evidentemente questa attività non ha potuto concorrere con le prospettive aperte dall’industrializzazione del Dopoguerra, che hanno portato gli abitanti a lasciare i borghi per andare a lavorare a Genova e a La Spezia. Cosa abbiamo perso, oltre al reddito delle famiglie locali, con l’abbandono di questa coltura diffusa nelle valli? Prima di tutto la relazione con i mercati. La nostra sarebbe l’era della globalizzazione? Non occorre studiare la storia, basta sfogliare qualche rotocalco di inizio Novecento o ritrovare la riproduzione di qualche réclame dell’epoca per rendersi conto di come le generazioni di allora avessero uno sguardo culturalmente aperto alle relazioni internazio-nali, anche per il commercio. In secondo luogo, si tratta di un esempio realizzato di valorizzazione delle biodiversità. Quella di queste nocciole liguri è una produzione “mista” per definizione: diverse varietà che si utilizzano insieme, al contrario di un processo di riduzione a un’unica essenza. E poi stiamo davvero parlando solo di un prodotto alimentare che forse esulerebbe dalla nostra competenza di cultori delle officinali?Intanto è certamente un superfood, come direbbero gli americani, viste le sue proprietà nutrizionali, a maggior ragione se oltre al frutto guardiamo anche alla farina e all’olio puro. E in cosmetica quest’olio di nocciola ha davvero qualcosa da invidiare a quello di Argan? Infine, se i gusci, scarto della produzione, dovessero diventare una valida fonte di tassolo per la produzione di farmaci antitumorali, possibilità che si sta valutando mediante gli screening citati nel nostro articolo, non ci staremmo occupando a tutti gli effetti di una specie medicinale?Oggi qui si è ricomposta una perfetta filiera circolare, grazie a un’industria che si è avviata a valorizzare tutte le possibili valenze salutistiche di questa pianta, stabilendo accordi di contratto equi con i coltivatori e con i raccoglitori. In quest’ultimo anno abbiamo dato molta importanza all’apertura dell’universo agricolo alla coltivazione di piante officinali grazie alla nuova normativa, ma certamente non ha senso che aumentino le coltivazioni se non si creano le filiere che ne possano valorizzare le produzioni. Queste sono solo “noccioline”, ma quante altre filiere nascoste nel verde esistono in Italia?

Demetrio Benelli (erboristeria domani)

Lascia un commento